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Microsoft word - recensione colonne d'ercole.doc

A = Sergio Frau, "Le Colonne d'Ercole, un'inchiesta", Nur Neon, Roma, 2002. B = Massimo Faraglia e Sergio Frau (a cura di), "Le Colonne d'Ercole, un bilancio, i progetti", Nur Neon, Roma, 2004. C = Sergio Frau e Giovanni Manca (a cura di), "Atlantikà, Sardegna, Isola Mito. Vittorio Castellani (archeologo): All'origine un brano di Platone che, nei suoi Dialoghi, narra di un sacerdote egizio che – limitandoci alle linee essenziali – avrebbe parlato a Solone di un'antica civiltà posta nell'Isola di Atlantide, al di là delle Colonne d'Ercole, civiltà che in tempi antichissimi avrebbe mancato per poco di conquistare tutta l'Europa e che scomparve infine sommersa dai flutti del mare (B p. 59). Platone: Sacerdote di Sais a Solone (testimone Crizia; testimone di Crizia, Platone): .terremoti e inondazioni, nello spazio di un giorno e di una notte, tutti i vostri guerrieri (Greci di Atene, visto che il sant'uomo egizio sta parlando con l'ateniese Solone) sprofondarono dentro la terra, e similmente scomparve l'isola Atlantide assorbita dal mare; perciò ancora oggi quel mare è impraticabile e inesplorabile. (A p. 492). Platone (Crizia): In quest'isola di Atlante vi era una grande e mirabile potenza regale che possedeva l'intera isola e molte altre isole e parti del continente. Inoltre dominava, al di qua dello Stretto le regioni della Libya (l'Africa del Nord, l'unica conosciuta dai Greci) fino all'Egitto e dell'Europa fino alla Tirrenìa (l'Etruria toscana ai tempi di Platone) (B p. 121). Platone, Crizia (116), riguardo Atlantide: Di stagno fuso fu ricoperto invece il muro della cinta interna, e l'oricalco, dai riflessi di fuoco, guarniva il muro tutto intorno all'Acropoli (A p. 467). Platone (Crizia): L'isola forniva ogni specie di metalli, duri e malleabili, che si possono estrarre dalle miniere, ed anche quel metallo di cui noi ormai non sappiamo altro che il nome, ma che si estraeva dalla terra in molte località dell'isola, e che dopo l'oro era il metallo più prezioso che esistesse (B p. 122). Andrea Carandini (Università di Roma "La Sapienza"): I Greci avevano un loro lontanissimo passato mitico, il tempo di Crono, il tempo di Urano, cioè il tempo prima di Zeus, che era il dio supremo dei Greci che poneva ordine, che ha posto ordine al mondo. A Occidente – cioè in queste isole occidentali – questo Paradiso Perduto viveva, sopravviveva e lì era anche il mondo dei morti. Prima il limite era l'Adriatico a un certo momento il limite più grande è stato appunto il Canale di Sicilia (A pp. 658-659). Platone (Crizia): Davanti a quella bocca che voi chiamate Colonne di Eracle c'era un'isola. Chi ci arrivava poteva passare da quest'isola alle altre isole e raggiungere il continente che tutto circonda (B p. 121). Dolores Turchi (etnologa): Leggendo con attenzione il Crizia e considerando la civiltà evoluta che c'era nella sua Atlantide (piena di costruzioni e di torri) ci rendiamo conto che l'isola delle torri doveva essere proprio la Sardegna con i suoi 8000 nuraghi (B p. 70). Sergio Frau: .la Sardegna del III e II millennio a.C. messa lì, in gran parte intatta, a farsi ammirare con tutti i suoi primati temporali e quantitativi e con mille reperti mai indagati del tutto che, però, la gemellano all'Anatolia insieme ai suoi dna, all'Africa dei Lebu, alla Spagna di Gerione e dei megaliti, ai Baschi dai costumi identici, alla Bulgaria che aveva Sardica a far da capitale anche se oggi si chiama Sofia e pozzi identici a quelli antichissimi che dissetavano l'isola, alle Cicladi con madonne identiche (B p. 5). Dolores Turchi (etnologa): Scrive testualmente Platone, riferendo il racconto che il sacerdote di Sais fece a Solone: "In quest'isola vi era una grande e mirabile potenza regale che possedeva l'intera isola e molte altre isole e parti del continente. e tutta questa potenza, unitasi insieme, tentò una volta, con una sola mossa, di sottomettere la vostra regione (la Grecia) e la nostra (l'Egitto) e tutte quelle che stanno al di qua dello stretto.". Questo racconto sembra una rievocazione della lega dei popoli del mare che aggredirono l'Egitto. Ma questi avvenimenti sappiamo che avvennero intorno al 1200 a.C., mentre Crizia, ripetendo il racconto udito, parla di 9000 anni dalla morte di Socrate, quindi di 9399 anni prima di Cristo (B pp. 70-71). Sergio Frau: .che il sant'uomo di Sais intendesse parlare di "mesi", come facevano loro, e che invece Solone l'abbia interpretato, alla greca, traducendo "anni" (A p. 358). Dolores Turchi (etnologa): Questa storia, almeno fino ai tempi di Platone, doveva essere ritenuta una storia vera, tramandata oralmente come era d'uso, e più tardi divenuta mito (B p. 71). Louis Godart (archeologo): Le vecchie leggende affondano le loro radici nella storia ed è certo che alla base di qualunque mito narrato dagli antichi vi è una verità storica che la critica moderna deve tentare di ritrovare e spiegare (p. 71). Louis Ginzberg (Leggende ebraiche): "Il Diluvio ebbe origine dall'unione delle acque maschie, che sono dopra il firmamento, con le acque femmine sgorganti dalla terra. Dall'alto le acque precipitarono attraverso il varco che si aprì quando Dio tolse due stelle dalla costellazione delle Pleiadi. Più tardi, per arrestare il Diluvio, Dio dovette spostare due stelle dalla costellazione dell'Orsa a quella delle Pleiadi, ed è per questo che l'Orsa insegue le Pleiadi: rivuole le sue due figlie, ma esse le verranno rese nel mondo a venire" (A p. 627). Sergio Frau . E ora lo so che Orse & Pleiadi insieme voglion dire Nord Ovest, visto che quelle Sette Orse – sono, poi, i Sette buoi dei latini, i septem triones che hanno regalato il loro nome al Settentione – e che le Pleiadi, figlie di Atlante, già in Omero (Odissea V.270-275) e in Esiodo brillano sempre, e soprattutto, per indicare la rotta d'Occidente, verso il Tirreno, dentro quel mare del Nord per i Greci, per i Levantini (A p. 627). Sergio Frau: El, però, già fratello maggiore del Dio degli Ebrei, quello stesso che è sceso, man mano, fino a noi. I loro testi dicono che abita laggiù. Anche lui. Ma "laggiù" dove? Ogni religione nel Mediterraneo ha un suo "laggiù". Laggiù – è scritto in cuneiforme, ma è scritto – laggiù nell'Isola dell'Aldilà, o aldilà dei Cherubini di fuoco, e – per di più – al di là della confluenza degli Oceani. Aldilà di tutto, insomma (A p. 592). Sergio Frau: (San) Paolo ce lo lascia scritto: è proprio lì che lui naufraga, alla confluenza dei due mari (A p. 592). Sergio Frau: E non sono mica molte, nel Mediterraneo, le confluenze dei due mari: Gibilterra. E il Canale. E l'Ellesponto. Ma i guardiani di fuoco, con il mare che strabilia, e impazzisce, e butta fumo, ce l'ha solo il Canale. E Paolo, poi, si sa, naufraga a Malta (A p. 592). Sergio Frau: E quando, però, quell'Aldilà è poi diventato l'Aldisopra per farci abitare Dio? E l'Aldisotto per metterci dentro Satana, il suo nemico con le corna? Quando i mari divennero cieli? (A p. 592). Sergio Frau: Sirti e Sirene, e Cherubini di fuoco, i karibu, e vulcani veri, e mille mostri ancora sorvegliano le Porte dell'Aldilà. Anche del nostro Aldilà. Il Portone di Bronzo che il Pontefice ha chiuso, alla fine dell'Anno Santo, è ancora la Soglia di Bronzo che per Esiodo divideva il Giorno dalla Notte? (A p. 613). Sergio Frau: Quando Mircea Eliade scrive che Babilonia era una Bab-ilani, una porta degli dèi da dove loro, gli dèi, scendevano sulla terra, penso che anche quella sia al di là della confluenza degli Oceani. E pure Bab-el – ovvero la Babele delle lingue in comune; quella della Torre più famosa del mondo – letteralmente, la Porta di El – sia sì, in mezzo ai fiumi (ghe mesy potamon), ma tipo i fiumi di Omero, al di là della confluenza degli Oceani. (A pp. 602-603) Sergio Frau: E io ce l'ho pure una mappa della Sardegna – un facsimile di un facsimile del ‘600 – con Pabillonis che è targata Babilonis. Sembrava una burla. Ma è tutto vero. Strano ma vero. Anche Populonia dicono che sia stato un tempo Babilonia (A p. 603). Louis Godart (Dov'erano le Colonne d'Ercole, Il Giornale dell'Arte, luglio 2002): Alla luce dei documenti orientali e anche dei testi egizi, appare incontestabile che il commercio palaziale, minoico prima e miceneo poi, si svolgeva esclusivamente nel Mediterraneo orientale. Dopo la conquista della Palestina da parte delle armate dei grandi faraoni della XVIII dinastia, gli Stati Egei sono diventati gli interlocutori privilegiati della potenza faraonica e hanno provveduto a convogliare, dalla costa siro-palestinese verso la valle del Nilo, le merci che approdavano nei porti siriani (B p. 86). Louis Godart (Dov'erano le Colonne d'Ercole, Il Giornale dell'Arte, luglio 2002): Da questo panorama emerge con chiarezza che l'Occidente mediterraneo era totalmente estraneo alla penetrazione palaziale egea. Sono soltanto alcuni spauriti e poveri mercanti ad aver, nella migliore delle ipotesi, varcato il canale di Sicilia per proporre su mercati altrettanto poveri prodotti di provenienza minoica o micenea (B p. 86). Daniela Fuganti (Una nuova localizzazione per le Colonne d'Ercole, in collaborazione con Azedine Beschaouch, Archéologie, ottobre 2005): È tra la fine del IX e l'inizio del VIII secolo a.C. che i Greci imparano a navigare verso l'Occidente. A questo proposito Andrea Carandini (Università di Roma "La Sapienza") ricorda che nell'Odissea già l'isola di Itaca costituiva, per la geografia omerica, un limite estremo: al di là, si apriva il baratro dell'ignoto. In effetti, tre vie di comunicazione costituivano per i Greci, in quei tempi, altrettante ben precise barriere geo-politiche: il mare Adriatico (autentico vicolo cieco); il mare Tirreno (chiuso da Roma, Veio e dalla potenza etrusca); il Canale di Sicilia (bloccato dalla potenza cartaginese) (B p. 189). Daniela Fuganti (Una nuova localizzazione per le Colonne d'Ercole, in collaborazione con Azedine Beschaouch, Archéologie, ottobre 2005): In quest'epoca, l'Italia era il limite del Mediterraneo conosciuto dai Greci, e le Colonne d'Ercole non potevano quindi in nessun caso situarsi nel nostro attuale Stretto di Gibilterra (B p. 189). Mario Tozzi (geologo, CNR): .argyròphleps nesos, "l'isola dalle vene d'argento" così i Greci battezzarono la Sardegna). La Sardegna possiede miniere vastissime di zinco e di piombo argentifero il cui tenore, oltre 3000 anni fa, doveva essere elevatissimo (B p. 15). Benedetta Rossignoli (Università di Padova): Un'area periferica al mondo greco come la Sardegna è tuttavia teatro di alcune tra le leggende greche più antiche: da Aristeo che vi avrebbe esportato l'arte dell'agricoltura, da Dedalo, il mitico artiere da sempre trait d'union per i Greci tra mondo ellenico e anellenico, costruttore perciò della reggia per il sovrano sicano Minosse, fino a Iolao, il capostipite degli Ilienses in Sardegna (B pp. 31-32). Diodoro (V.29): Nel periodo in cui Eracle compiva le famose fatiche, obbedendo egli ad un oracolo, mandò i molti figli avuti dalle figlie di Tespio, e con loro un grosso esercito di Greci e di Barbari, in Sardegna, per fondarvi una colonia. Il capo della spedizione era Iolao, nipote di Eracle, che conquistò l'isola e vi fondò importanti città, lottizzò il territorio e chiamò dal suo nome quelle genti Iolaei; costruì ginnasi, dei templi in onore agli Dèi e tutto quanto rende felice la vita degli uomini. Ancora oggi (e Diodoro scrive nel 60 a.C. circa) ne rimangono testimonianze: le più belle pianure che presero il nome da lui si chiamano Iolaee (A p. 609). Attilio Mastino (antichista, prorettore dell'Università di Sassari): La Sardegna è stata in passato eudaimon kai panphoros, così si esprime lo pseudo Aristotele, dunque "prospera e dispensatrice di ogni prodotto" ai tempi di Eracle, ai tempi di Aristeo, ai tempi di Iolao, ai tempi di Norace, ai tempi degli Iliesi (C p. 65). Maria Giulia Amadasi Guzzo (epigrafista, Università di Roma "La Sapienza"): Mi piacerebbe, per esempio, poter recuperare almeno qualche brandello delle saghe di quelle figure divine fenicie, delle quali conosciamo quasi solo i nomi, fissati nelle iscrizioni, e che pure, in questo lontano Occidente furono fondatrici e patrone di insediamenti importanti. Non solo del più famoso Milqart, ma anche del suo enigmatico compagno Iolao e di Milk, che precede in Oriente Milqart e, forse, costituisce la prima parte del suo nome, e di Milk'ashtart, il patrono di Leptis Magna, anche lui - qui e altrove – identificato con Eracle/Ercole (A p. 646). Dolores Turchi (etnologa): Secondo la tradizione greca Medusa abitava nell'estremo Occidente, nei paesi iperbòrei del Settentrione e qui si era recato Perseo per combatterla. Ma poiché in tutti i miti sardi dove Medusa compare si dice che era la regina di questi luoghi, anzi il Fara precisa che regnò per 28 anni, come tramandavano gli antichi, è da presumere che i paesi iperbòrei che venivano indicati nell'estremo Occidente, altro non fossero che la Sardegna con le isole vicine (B p. 74). André Cherpillod (Dictionnaire étymologique des noms géographiques): Europa: protrebbe provenire sia dal greco Europe amante di Zeus, da eurus "largo" e ops "occhio".; sia dal fenicio ereb "sera, occidente", cioè "paese del tramonto" per opposizione ad Asia "paese dell'alba" (A p. 617). Giovanni Semerano (Le origini della Cultura europea. Dizionari etimologici, Leo S. Olschki): Europe: figlia di Fenice e di Telefaessa; alle origini il nome che denoterà l'Occidente, è l'accadico erebu (west, ovest, letteralmente: "il rientrare del sole") (A p. 617). Dolores Turchi (etnologa): D'altronde lo stesso Erodoto affermava di non sapere come l'Europa finisse a Occidente. Eppure il Mediterraneo Occidentale parecchi secoli prima, intorno al XIV-XIII secolo, era ben conosciuta dai Greci Micenei che vi scorrazzavano in lungo e in largo, andando soprattutto alla ricerca di metalli. Probabilmente la separazione tra i due mari avvenne parecchi secoli dopo, intorno all'VIII-VII secolo a.C., quando fu ripresa la navigazione da parte dei Fenici (B p. 70). Alberto Casti (Le vere Colonne d'Ercole, Bolina, maggio 2002): Ora, la frase "Colonne d'Ercole", che designa il luogo oltre il quale non si può andare, compare per la prima volta nei testi antichi, nel 476 a.C., esattamente quando la punta della Sicilia e quella della Tunisia sono controllate dai Cartaginesi (B p. 94). Sergio Frau: Le vere Colonne d'Ercole – quelle originali, quelle di cui ci parla per primo il poeta Pindaro, all'inizio del V secolo a.C. – erano lì, al Canale di Sicilia, dove Omero mette tutti i suoi mostri; dove i Greci non osavano; dove tutti i testimoni più antichi ci parlano di bassi fondali assassini e senza vento; dove l'Etna – quando fa il matto – erutta fuoco e sparge terrore. Lì cominciava l'Impero Marino di Herakles/Milqart: il Padrone dell'Intero Occidente e delle sue rotte d'argento. Slittarono poi a Gibilterra, quelle prime Colonne, alla fine del III secolo a.C. – poco dopo la caduta di Cartagine – per continuare a fare quel che avevano sempre fatto: il Limite del Mondo Conosciuto (C p. 6). ANSA (Roma, 9 aprile 2005): Frau ebbe l'illuminazione quando gli capitò fra le mani una cartina geografica, pubblicata da parte di Vittorio Castellani (ordinario di fisica stellare a Pisa), che mostrava come doveva essere il Mediterraneo 2.550 anni fa. Privato di quasi duecento metri d'acqua il Canale di Sicilia si presentava come una sorta di doppio stretto: il primo costituito da Malta e dalla Tunisia, l'altro punto situato un po' più su, con una Sicilia irriconoscibile, che presenta Marsala, Mazara, Capo Lilibeo e Sciacca situate nell'entroterra, lontane dal mare (B p. 180). Alberto Casti (Le vere Colonne d'Ercole, Bolina, maggio 2002): Ad Atlantide come a Scherìa si venerava il dio del mare Poseidone. In suo onore venivano sacrificati dei tori. In Sardegna, le navicelle in bronzo trovate nelle antiche tombe ne rivelano il carattere votivo e religioso. Il dio delle civiltà nuragiche è il Dio Toro che protegge le navi e gli equipaggi imbarcati. Si continua ancora con tante coincidenze nel nome del re, nel sistema politico cantonale tipico della Sardegna antica, nelle risorse minerarie presenti sull'isola; tutti e tre i popoli sono abilissimi navigatori particolarmente sviluppati nell'arte nautica e adottano gli stessi sistemi portuali (B p. 96). Giovanni Lilliu (La cortina di Ferro degli Antichi, La Nuova Sardegna, 2 novembre 2002): .nel mare là dove tramonta il sole: il mare sardo, il "Sardonios pèlagos" per Erodoto nel V secolo a.C. e, dopo di lui, per storici e geografi greci dal IV al I secolo d.C., il mare che bagnava la Sardegna a ponente, la distesa di acque scriveva Eratostene, citato da Plinio, tra le Colonne d'Ercole e la Sardegna. Il "Sardoum mare" o "Sardonium pelagus" è pure ricordato, a occidente dell'isola, da Tolomeo, Dionisio il Periegeta, dal grammatico Pisciano. Ma è anche il mare di Erakles-Melqart, l'Eracles fenicio (B p. 79). Sergio Ribichini (storico delle religioni, CNR): .mi spinge a muovermi anche verso Sardi di Lidia, e saperne di più su quel lino colchico, di cui Erodoto scrive solo per dire che i Greci lo chiamavano sardonico ("parola interpolata e corrotta" dice il mio testo tradotto, rinviando comunque alla Sardegna) e che io, forse incautamente, ho trascurato giusto ieri, esplorando storie sul riso, anch'esso sardonico e questo sì, stavolta proprio di Sardegna (A p. 656). Andrea Carandini (Università di Roma "La Sapienza"): Prima il limite era l'Adriatico a un certo momento il limite più grande è stato appunto il Canale di Sicilia (B p. 67). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): .lo stimolo prioritario è quello dei giacimenti metalliferi: le materie prime strategiche la cui estrazione ed il cui commercio debbono essere state alla base del decollo e della fioritura della civiltà dei nuraghi (B p. 28). Antonio Ibba (archeologo, Università di Sassari): Si è preso coscienza della ricchezza dell'isola sin dal Neolitico recente (Cultura di Ozieri), della grande diffusione dei nuraghi non solo all'interno ma anche lungo le coste, dell'abilità dei Sardi nella metallurgia, della diffusione dei "nuraghi rifasciati" e del loro progressivo abbandono fra il bronzo recente e l'età del ferro (B p. 7). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): Molti dei nuraghi sono stati eretti anche per difendere gelosamente l'accesso alle ricchezze del sottosuolo ed a quel know-how appreso e perfezionato nei secoli che rendeva i popoli di Ichnussa così diversi e progrediti – almeno tecnologicamente – rispetto ai vicini italiani, spagnoli e balearici (B p. 28). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): Il paesaggio dell'isola è ancora oggi dominato dalle maestose ed inquietanti strutture dei nuraghi, che non trovano precisi paralleli in alcuna altra parte dell'occidente mediterraneo. La loro disposizione strategica, a difesa di coste, vie di penetrazione ed aree minerarie doveva rendere l'antica Ichnussa un territorio strettamente controllato (B p. 54). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): Vi si trova il rame, il ferro, il piombo, l'argento e persino – ma in ridotte quantità – lo stagno, tutte materie prime attivamente ricercate in antico ed intorno alle quali ruotavano cospicui interessi economici e commerciali (B p. 56). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): Vi sono tuttavia delle aree dove le mineralizzazioni sono più diffuse ed abbondanti e dove si è quindi maggiormente concentrata nei secoli l'attività mineraria, come nell'Iglesiente, nell'Alburese, nel Gerrei, nel Sarrabus, nel Nuorese e nella Nurra (B p. 56). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli):.la Sardegna vantava una lunga tradizione metallurgica: le sue prime attestazioni di lavorazione dei metalli risalgono infatti alla fine del Neolitico, facendo anzi supporre che l'isola sia pervenuta in modo largamente autonomo alla scoperta delle tecniche di estrazione dei metalli. Nell'insediamento di Su Coddu presso Selargius (Cagliari) si sono rinvenute scorie contenenti rame ed argento in un contesto Tardo Neolitico (B p. 56). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): A partire dal Bronzo Tardo si rinvengono in Sardegna anche manufatti in ferro. Esso è anzi proprio qui ad essere attestato per la prima volta nel bacino occidentale del Mediterraneo (B p. 56). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): Nel nostro viaggio abbiamo toccato l'Iglesiente, la regione da cui da millenni si estrae soprattutto il piombo e l'argento, ma che non manca di rame e di stagno (B p. 29). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): La Sardegna pone tanti stimoli a chi si occupa di metalli. Perché non ricercare qui evidenze di una lega, il mitico oricalco, di cui gli antichi greci parlano come di un metallo prezioso e assai raro? L'oricalco è l'odierno ottone, una lega di rame e zinco, che sino alle soglie dell'età romana era considerato di notevole valore (B p. 29). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): Collegata strettamente allo sfruttamento dei metalli è verosimilmente anche la navigazione, che permetteva anche di commercializzare le risorse all'esterno dell'isola, e che ci è attestata dalle tante "barchette nuragiche". (B pp. 29-30). Giovanni Garbini ("Popoli del Mare", Tarsis e i Filistei, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, CNR, 1988): Analisi recentissime – di M. Heltzer, appunto, in Some Questions Concerning the Shardana in Ugarit – hanno dimostrato che nel 1440 a.C. rame, bronzo e azzurrite raggiungevano Beth Shan e Fara, ovvero Beth-Pelet (due città nella zona di Canaan) dalla Sardegna (A p. 389). Sergio Frau: Basta guardare nella stiva del barcone da 16 metri trovato nel mare di Ulu Burun, sulla costa turca non distante da Rodi. Vi naufragò nel 1300 a.C. C'era ogni ben di dio là dentro. Era la grotta di Alì Babà, quella stiva: dieci tonnellate di rame in lingotti, stagno, dozzine di blocchi di pasta di vetro blu cobalto pronti per essere fusi e lavorati, tronchi di ebano egiziano, avorio d'ippopotano e d'elefante, uova di struzzo, gusci di tartaruga. E, nelle olle: resina di Cipro che serviva per gli innesti e i profumi, coriandolo, carcamo, fichi, uva, granate, olive. E poi spade, vasi belli, servizi di stoviglie imballati con cura, ambra del baltico, strumenti musicali, un taccuino di viaggio, un gioco da tavolo. (A pp. 610-611). Sergio Frau: E considerate che l'oppio è sparito. E sì, l'oppio si scioglie con il mare. Ma quanti vasetti a forma di papavero ci sono in giro. Traffici "micenei" li chiamano: "Io do bronzo, tu dai avorio; oppure io do modica quantità di phàrmakon, (nome in codice, a uso dei licei, della droga; molu, quella di Circe), tu mi dai quelle tue pietre lucenti, sei schiavi, e quella servetta niente male laggiù." (A p. 611). Sergio Frau: Poi, però, ti leggi quelle 450 pagine di Vercoutter su Egitto e il mondo egeo e l'identikit dell'Isola dell'Argento che salta fuori dai testi egizi, è tutto diverso: è nel lontano Occidente, è sempre legata alle Isole nel Grande Verde, è ricca proprio d'argento (che, poi, in quegli anni intorno al 1500, 1400 a.C. in Egitto valeva più dell'oro: serviva infatti a ricordare – bianco e lucente com'è – la Luna, mentre di oro per creare i gioielli gialli, sacri al Sole, ce n'era in quantità: la Nubia viene da Nub ovvero oro.). Te li ritraggono, persino, quelli di Keftiu, gli Egizi: babbucce con la punta arricciata in su. Tipo ittita del Museo di Ankara; tipo sardo delle processioni folk. E a Creta – proprio lì davanti all'Egitto, a 700 chilometri di mare – erano già tutti con i mocassini piatti. (A p. 573). Sergio Frau: Secoli d'oro, d'argento e di bronzo: dal 1600 al 1200 (i Sardi) tirarono su almeno diecimila torri (A p. 487). Sergio Frau: Il sistema nuragico rappresentava una possente rete di comunicazione che sorvegliava l'intera Sardegna in grado di avvertirla di qualsiasi pericolo si presentasse all'orizzonte grazie al fuoco (in accadico "Nur" significa proprio luce, fuoco, fuoco sacro talvolta: è così in molte lingue semitiche, ebraico compreso) o ad altri segnali luminosi (bagliori di metallo e sole, ad esempio) (A p. 531). Sergio Frau: Nel gergo degli archeologi per "micenea" s'intende l'Internazionale del Commercio marittimo che, tra il 1400 e il 1200, distribuì roba più o meno omogenea dal Mar Nero all'Egitto alla Sardegna) (A p. 397). Michel Gras (Trafics tyrrhéniens archaïques, École Française de Rome, 1985): Tutti concordano oggi a situare la "belle epoque" delle comunità micenee tra la metà del XV secolo (conquista di Creta da parte delle dinastie achee) e la fine del XII (distruzione dei principali centri micenei) che segna il crepuscolo definitivo della civiltà dei Palazzi (A p. 401). Michel Gras (Trafics tyrrhéniens archaïques, École Française de Rome, 1985): Si noterà che siamo in presenza di una forchetta cronologica identica (1500-1200 a.C.) sia per la costruzione delle tholoi micenee che per quella dei nuraghes (A p. 402). Dolores Turchi (etnologa): Di questi mégara ce ne sono diversi in Sardegna e quasi tutti come impianto iniziale sono riferibili all'incirca al XIV-XIII secolo a.C., vale a dire al periodo in cui i Micenei trafficavano nel mare dei Sardi (B p. 73). Dolores Turchi (etnologa): Si parla spesso di scambi commerciali quando ci si riferisce alla ceramica micenea trovata in numerosi siti sardi, ma se si trovano anche vari templi a megaron si dovrebbe parlare di stanziamenti veri e propri (B p. 73). Sergio Frau: Stiamo, comunque, vedendo ancora muoversi – nel Mediterraneo del II millennio – le flotte di quell'onnipresente Internazionale del Commercio che spostava merci di cento tipi – bronzo, oppio, stoffe, gioie e cibo – avanti e indietro dal Mar Nero fin su, al Mar di Spagna. Dovevano essere riusciti a farlo, solo appoggiandosi a una solida rete di agenti di fiducia, piazzati nei posti giusti, arroccati in palazzi ben costruiti – dove ammassare al sicuro robe da esportare – in attesa che, poi, le navi grandi dei Micenei passassero a ritirarle. Lasciando a loro, lì sul posto – in cambio – tutto il resto che serviva, che mancava (A p. 489). Sergio Frau: Una benedizione del cielo, quei Micenei. nell'Isola blindata dal mare e dalle torri – protagonista di questa parte della nostra inchiesta – c'erano, ci dovevano essere, molte etnie. Una, però, divenne assai famosa in Egitto: quegli Shardana, gli Sherden, i Sardi. Centinaia di volte sono nominati questi Shardana: nel bene (quando facevano da corpo scelto per Ramses II, a Qadesh), e, pure, nel male (quando misero una gran paura a Ramses III, provando a invadere tutti insieme l'Egitto). Era il 1178. Ed erano armati, tronfi, agguerriti. Furono sconfitti (A p. 489). Alberto Casti (Le vere Colonne d'Ercole, Bolina, maggio 2002): A legare "Shardana" a "Sardegna", non è solo una somiglianza fonetica, né l'etimologia della parola "Shardan", "il re delle fortezze" (B p. 97). Alberto Casti (Le vere Colonne d'Ercole, Bolina, maggio 2002): Antichi dipinti egizi raffigurano gli Shardana completamente rasati, muniti di un elmo rotondo con due corna di toro e una protuberanza centrale a forma di dischetto. Erano armati con lunghe lance, lunghe spade e uno scudo rotondo. Un'immagine che coincide in maniera strabiliante con i bronzetti nuragici ritrovati in Sardegna e risalenti addirittura all'età del bronzo (B p. 97). Sergio Frau: Appartenenti ai cosiddetti "Popoli del Mare" gli Shardana compaiono per la prima volta intorno al 1270 a.C. come mercenari al servizio di Ramses II. Sono le truppe scelte del faraone. Poi, nel 1178, uniti insieme ai Lebu (Libici), gli Shekelesh (Siculi), i Turscha (Tirreni), e i Filistei, assaltano l'Egitto nel tentativo di sottometterlo, ma vengono sconfitti nel corso di una battaglia navale (B p. 97). Sergio Frau: La zona – il Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna, vicino a Crotone – si trova su di uno di quei soliti paralleli magici, il 39° stavolta, uno di quelli che dovevano segnare tre quattro Rotte parallele del Sole che nessuno ha ancora studiato per bene: sul 39° sarà per caso – o sarà, piuttosto, perché inseguire il Sole quando se ne andava a tramontare doveva essere tranquillizzante assai – c'era Sardi sulla costa di Lidia, c'era poi l'Eubea, poi, sulla terra greca, Gla con una rocca "micenea" talmente identica a quella che sorveglia la Giara che prima o poi – vedrai – diranno che è micenea pure la Giara.; poi Orkomenos, con la sua volta a tholos. Poi – appena più su, e più giù del 39° - Tebe città di Eracle e Cadmo e di mille racconti, poi la Delfi degli Iperborei che conoscevano ogni granello di sabbia del mare d'Occidente. E – proseguendo ancora verso l'occaso dei Poeti – sul mare c'era, poi, Leucade imbarcadero per l'Italia che, già, Tramonto voleva dire (A pp. 528-529). Sergio Frau: Di là dal mare eccola la Hera di Crotone e di Capo Colonna. E, osando, l'Aldilà, Nora e Bithia. Al di là dell'"Oceano", poi, al di là dei confini del Mondo Antico, Ibiza, sempre al 39°, sempre sotto quel sole che con il suo tragitto doveva gemellarle tutte insieme prima che il fango arrivasse fin su a oscurarlo (A p. 529). Sergio Frau: .l'Isola Mito, l'Isola-Continente delle Mille Nostalgie che tutto l'Oriente rimpiangeva come una Terra Madre, Sorella per tutti. Prometeo legato a una roccia del Caucaso a segnare l'Alba dei Greci. Suo fratello Atlante, era bloccato in mezzo al mare, ci giura Omero, a piantonare il Tramonto (C p. 7). Sergio Frau: Fu proprio mentre erano all'arrembaggio delle piramidi che un terribile Schiaffo di Poseidone – un'onda anomala rimasta, come una cicatrice, nella memoria dei popoli – mise fine alla loro splendida civiltà seppellendo le sue città sotto il fango (C p. 8). Sergio Frau: Il Paradiso – d'improvviso – si fece Inferno. Inferno di fango e mal'aria (C p. 8). Isaia 23: Oracolo su Tzur: "Urlate di dolore, navi di Tarshish, perché è stato distrutto il vostro rifugio! Mentre tornavano dal paese dei Kittim (Cipro), arrivò loro la notizia. Ammutolite, abitanti dell'isole, mercanti di Sidone, i cui agenti attraversavano grandi acque. Ecco la terra dal Signore creata per marinai che ne costruirono le torri e la circondarono di rocche, ne ha fatto un mucchio di rovine. Urlate navi di Tarshish, perché il vostro rifugio è distrutto" (A pp. 628-629). Sergio Frau: Archeologi come K. Kilian hanno insistito sulle tracce lasciate dal sisma che avrebbe distrutto Pilo, il Menelaion, Micene, Tirinto, Midea e Troia verso il 1200 a.C. L'ipotesi di un terremoto che avrebbe colpito una parte importante dell'area del Mediterraneo orientale alla fine del XIII secolo a.C. e distrutto una parte delle regge micenee è quindi altamente probabile. Gli effetti di questo cataclisma sull'intera civiltà palaziale micenea sono stati certamente devastanti (A p. 60). Sergio Frau: L'Età del Fango, insomma. I fondali non si capiscono più. Gli approdi sicuri di sempre son finiti annegati sotto fango e onde nuove. Non c'è più nessuno che ti prepari le scorte d'acqua, lì dove arrivi. La rete dei commerci è tutta strappata. La gente del mare atterrita, arroccata lontano da qualsiasi onda, all'interno, sui cucuzzoli dell'interno in Tracia, a Urartu, in Gallia, in Baviera, in Tirolo, in Irlanda, a Canaan (A p. 612). Dolores Turchi (etnologa): .si legge nei geroglifici di Medinet Habu: "Gli stranieri venuti dal Nord videro le loro contrade devastate. la loro terra è distrutta, le loro anime sono in angoscia. I popoli del Settentrione complottavano nelle loro isole ma, proprio allora, la tempesta inghiottì il loro paese. la loro capitale è devastata, annientata." (B p. 68). Sergio Frau: Quattro anni dopo, nel 1175, (gli Shardana) erano di nuovo lì. È sempre Medinet Habu che lo racconta: erano di nuovo lì, ma com'erano ridotti. (A p. 489). Sergio Frau: È quella l'ultima volta che li vediamo com'erano. Dopo Ramses III gli Shardana vanno nei campi d'Egitto, addomesticati come dei Mandingo, o coloni o servi della gleba. Per un po' ci sono. Dopo – dicono – scompaiono quasi dagli annali d'Egitto (A p. 490). Sergio Frau: Non è del tutto vero: li ritroviamo ancora a curar campicelli sotto Ramses V. Ma, poi – è vero – svaporano. O cambiano nome (A p. 490). Sergio Frau: Quel disastro in Sardegna – e nella costa tunisina dirimpetto – che, agli inizi del XII, coinvolge la Tzur/Tharros di lì, e le miniere, e le vie dello stagno e del commercio, e l'asse libico-sardo-corso-balearico (i tris-trisavoli della Federazione di Annibale, ma schierati contro Ramses III) a chiudere per tutti l'Età del Bronzo (A p. 631). Claudio Giordano (I metalli nel mondo antico): Nel Mediterraneo centro-occidentale un riflesso di questa situazione è rilevabile nell'Italia centro-meridionale del Bronzo finale (1200-1000 a.C.) dove, oltre all'esaurirsi delle importazioni dall'Egeo, si riscontra l'accentuarsi dello spostamento delle comunità verso alture maggiormente difendibili (A p. 559). Emerenziana Usai (Materiali dell'Età del Ferro in Marmilla, in La Sardegna nel Mediterraneo tra II e I millennio. Atti del Convegno di Selargius, 1986): "Prima del 1200 a.C." un nuraghe ogni due chilometri quadrati. "Dopo il 1200 a.C." il nulla. Vengono a mancare testimonianze. (A p. 472). Michel Gras (Trafics tyrrhéniens archaïques, École Française de Rome, 1985): Dopo la metà del XIII secolo non si costruiscono dunque più, nella Grecia continentale, delle tholoi: il sistema economico e sociale di cui esse erano espressione è definitivamente sparito; si trovano semplicemente delle deposizioni del Miceneo III C nelle tholoi costruite già in epoca precedente. (A p. 472). Giovanni Lilliu (Cultura & Culture): Fase C (ovvero 1100-VIII secolo a.C.). Tra la fine del II e gli inizi del I millennio a.C., il nuraghe (di Barumini) subì un grave danno. Il cedimento del supporto marnoso disgregatosi e slittato, provocò nelle strutture lesioni e parziali crolli al punto da rendere necessario per la conservazione del monumento, rifasciarlo per l'intero perimetro ed elevazione, con un anello murario spesso circa tre metri. Con lo straordinario e dispendioso intervento tutelativo furono occluse le feritoie delle torri e l'ingresso basale della vecchia fabbrica di Fase B (1300-1100 a.C.) e perciò si dovette realizzare il nuovo accesso al castello (che prima era rivolto a sud-sud est) ricavandolo nella cortina rinforzata di nord-est (tra le torri C ed E), sollevato sul piano campagna intorno ai sette metri (A p. 517). Ignazio Pinna: Ma ci sono anche le foto di diversi corridoi a sezione ogivale che appaiono usciti dalla stessa mente ed eseguiti dalle stesse maestranze, ma che non sono tutti in Sardegna: il primo è ripreso dal nuraghe Losa, gli altri provengono da monumenti del passato della Grecia, della Turchia e, i due finali dall'Etruria. Ed al riguardo Sergio ci richiama sull'importanza dei numeri: 8000 e più nuraghi censiti in Sardegna e moltissimi con tali corridoi e cupole. E di queste tipologie ve ne sono moltissime di meno pur in tutto il Medio Oriente, pochi esempi di accenni di nuraghi in Corsica e in Medio Oriente (C p. 84). Pinuccio Sciola (scultore): Io ancora oggi vedo in tutti i libri di storia dell'arte del mondo l'unico esempio di copertura a tholos che c'è in Grecia, che è la tomba di Agamennone, è pubblicata su tutti i libri di storia dell'arte della Sardegna. In Sardegna ce ne sono 10 mila e non esiste in nessun libro. (B p. 194). Cristopher Dawson (L'Età degli Dei, Longanesi, Milano, 1950): Solo in Sardegna la cultura primitiva dell'Età del Bronzo sopravviveva indisturbata. In tutte le altre regioni c'è un brusco iato (p. 400). Giovanni Lilliu (Civiltà nuragica: origine e sviluppo, 1981): Solo al Nord continua indisturbata. Lo iato c'è - e si nota dall'archeologia – però, a Sud. Il Sud, allora, vive una vera e propria crisi. La notiamo verso l'XI secolo, quando d'improvviso finisce il Bronzo e anche i Nuraghes, nella parte meridionale dell'isola, spesso perdono il loro antico uso per trasformarsi in sacrarii (A p. 400). Giovanni Lilliu (Civiltà nuragica: origine e sviluppo, 1981): Nell'interno della Sardegna, non integrato, resistenziale e ribelle si hanno invece prove della continuità della vita nuragica. Si ricordano i recinti fortificati detti "muras" dell'altopiano di Campeda presso Bonorva: fortini del confine tra lo stato nuragico barbaricino e i territori punicizzati. Persistono materiali, modi di vita, comportamenti che spiegano la natura e il carattere ancor oggi diverso, estraneo all'Italia, delle zone e dei popoli centrali dell'isola (A p. 401). Giovanni Lilliu (Civiltà nuragica: origine e sviluppo, 1981): È lì, in questa profonda regione barbaricina, che dovremmo ricercare le testimonianze ultime della Civiltà Nuragica. È da supporre siano attestazioni culturali di sopravvivenza e di resistenza più che di fertile creatività come nelle fasi precedenti. Che i culti persistessero lo sappiamo da Gregorio Magno. Quando parla dei ligna e dei lapides (pali totemici e pietre conficcate) adorate dai Barbaricini ancora nel VI secolo dopo Cristo. Essendosi quasi esaurita dopo il 1000 a.C. la civiltà nuragica, sostituita da quella postnuragica, il segno dell'isola e la sua visibilità all'esterno. (A p. 401). Cristopher Dawson (L'Età degli Dei, Longanesi, Milano, 1950): Sappiamo poco di ciò che avvenne in Sardegna, in questo periodo, data la scarsezza di resti archeologici. Ma in Italia la cultura delle Terremare dell'Età del Bronzo si andava diffondendo verso Sud, forse per l'espansione dei popoli italici. In Sicilia, l'Età del Bronzo si chiuse con la distruzione delle stazioni che erano state in contatto con la cultura micenea nel Sud-Est dell'isola e con l'abbandono di quei luoghi (A p. 403). Cristopher Dawson (L'Età degli Dei, Longanesi, Milano, 1950): Le grandi invasioni della Siria e dell'Egitto sempre alla fine del Bronzo, possono essere attribuite al crollo dell'antica talassocrazia dei popoli del mare anatolici che avevano dominato il Mediterraneo e le vie commerciali occidentali a partire dal terzo millennio (A p. 403). Salvatore Sebis (in La Sardegna nel Mediterraneo tra II e I millennio. Atti del Convegno di Selargius, 1986): Un dato merita di essere sottolineato, e cioè la quasi totale assenza nel Sinis centro-meridionale, la zona di Oristano, di ceramiche di aspetto "geometrico" (IX e VIII secolo a.C.) e "orientalizzante" (fine VIII-inizi VI). Inoltre appare interessante constatare l'abbandono quasi generalizzato dei siti che hanno restituito ceramiche nuragiche del gruppo B, per le quali si è proposta una datazione al Bronzo finale, nella Prima Età del Ferro. Anche nel contiguo territorio del Campidano maggiore sembra riscontrarsi lo stesso fenomeno. (A p. 542). Sergio Frau: È allora – nel XII – che il mondo degli Antichi più antichi scompare per sempre. Meglio farlo depositare tutto quel fango prima di rimettersi in mare a trafficare. Ci vorranno, poi, tre secoli per rattoppare la rete degli antichi commerci e delle mille rotte. E, a sorpresa – a navi ferme, con il piombo e lo stagno dell'Occidente che non arrivano più – un'eruzione portentosa di tecnologia del ferro (A p. 566). Sergio Frau: Collassa nel XII secolo a.C. la metallurgia del bronzo in Sardegna. Decolla, improvvisa, nel XI quella del ferro sugli Appennini. Pagano Caronte, i nuovi fabbri di Orte, Orvieto, Perugia, Arezzo, Volterra. Lo fanno per essere traghettati per una nuova vita nell'Isola dei Padri. Plutarco ci racconta che però, ormai, si fanno chiamare Etruschi (C p. 10). Robert Maddin et al. (Le Scienze 113, 1978): Compare – circa 3000 anni fa –una sorta di acciaio come sostituto del bronzo, che fino ad allora era stato il metallo dominante del mondo civilizzato. Per circa due millenni, fino al 1200 a.C. le civiltà del Vecchio Mondo avevano fatto fronte alla necessità di un metallo adatto alla fabbricazione di utensili, armi, armature e altri oggetti durevoli con vari tipi e leghe di rame, compreso il bronzo. Verso la fine di quell'epoca, nota comunemente come l'Età del Bronzo, le Civiltà del Mediterraneo Orientale subirono una serie di sovvertimenti. Non si sa che cosa fu esattamente a provocarli, ma un fatto è divenuto chiaro: l'uso del bronzo diminuì rapidamente e l'uso del ferro – specificamente del ferro carburato o cementato – aumentò ancor più rapidamente. Il ferro era noto come metallo lavorabile durante la maggior parte se non tutta l'Età del Bronzo (A p. 555). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): Va ricordato come più tardi, in piena età etrusca, Populonia venisse considerata universalmente la Pittsburg dell'antichità, proprio per le sue industrie siderurgiche. Ma era debitrice, con ogni verosimiglianza, per le conoscenze di base ai sapienti metallurghi sardi della prima età del ferro, di cui ci restano probabilmente le tombe disseminate fra le Colline Metallifere ed il Tevere (B p. 30). Robert Maddin et al. (Le Scienze 113, 1978): In primo luogo, gli oggetti di bronzo di questo tipo possono essere ottenuti per fusione, un metodo di produzione rapido e pratico, mentre analoghi oggetti di ferro devono essere ottenuti singolarmente per fucinatura, un procedimento comparativamente difficile. In secondo luogo il bronzo, come il suo principale costituente, il rame, è poco alterabile e può essere rifuso numerose volte (A p. 556). Sergio Frau: Il ferro che non fonde a temperature inferiori a 1537 gradi con la temperatura massima raggiungibile da un forno primitivo che era di 1200; il ferro che si rovina prima e di più del bronzo; la sua durezza che poi non era così differente rispetto al bronzo ben lavorato; e altri particolari più tecnici, o più poetici come il fatto che i Greci come Omero per dire temprare il ferro usavano pharmasso, parola che indica un rituale magico (A p. 556). Frank Moore Cross (Harvard University): Non più tardi del XII secolo a.C. quando avvenne la rifondazione di Tiro (in Libano) e le città fenicie ebbero superato il trauma della devastazione e del caos che segnò la fine dell'Età del Bronzo, i Fenici riattivarono le vecchie rotte commerciali utilizzando Cipro come punto centrale di transito verso il Mediterraneo centro-occidentale (A p. 630). Sergio Frau: L'arrivo di Milqart di Tzur/Tharros anche nella Tiro/Tzur d'Oriente, proveniente dalla Libya, cacciato da Tifone, salvato da Iolao, il Sardo. (A p. 631). M'hamed Hassine Fantar (Fenici e Cartaginesi): (Nell'Età del Ferro) le antiche città di Canaan seppero trarne gran profitto, soprattutto per quanto concerne i settori metallurgico e delle costruzioni navali. A quanto pare i Filistei le cui origini etnoculturali rimangono oscure, sarebbero stati molto attivi nella diffusione di queste nuove tecniche. Se ne può cogliere l'eco in alcune tradizioni bibliche (I Samuele XIII, 19-21): Allora non si trovava un fabbro in tutto il paese d'Israele: "Perché dicevano i Filistei – gli Ebrei non fabbrichino spade o lance". Così gli Israeliti dovevano sempre andare dai Filistei per affilare chi il vomere, chi la zappa, chi la scure, chi la falce. L'affilatura costava due terzi di siclo per i vomeri e le zappe e un terzo l'affilatura delle scuri e dei pungoli (A p. 557). M'hamed Hassine Fantar (Fenici e Cartaginesi): È allora – dal mille (a.C.) in poi, forse anche un po' più tardi – che lì in zona si cominciarono a costruire imbarcazioni eccellenti grazie alla chiglia, all'ossatura e ai chiodi, tre grandi invenzioni che rivoluzionarono il mondo della navigazione. Imbarcazioni simili potevano ben sfidare il mare e le sue collere improvvise (A p. 559). Shelomo D. Goitein (Ebrei e Arabi nella storia): Ad esempio, nella Bibbia ebraica viene giustamente chiamata Sefath Kena'an, la lingua di Canaan, perché gli Israeliti sapevano molto bene che quest'ultima veniva parlata dagli abitanti della Palestina ancor prima che le tribù di Israele conquistassero il paese, un fatto che era stato casualmente accertato da una testimonianza archeologica. Ma sia Canaan che Kush, predecessori degli Etiopi, vengono nella Bibbia considerati – non senza motivo – discendenti di Cam, l'altro figlio di Mosè, e non di Sem. Così, secondo la Bibbia, l'ebraica sarebbe una lingua "camitica" e non "semitica" (A p. 606). Cristopher Dawson (L'Età degli Dei, Longanesi, Milano, 1950): Eracle, il Gilgamesh dell'Occidente, abbastanza forte comunque, in punto di morte, da scuotere le colonne estreme del mondo orientale, Hatti e l'Egitto. Infatti, qualunque sia la sede originaria di partenza dei Popoli del Mare, non ci può essere dubbio che quel movimento segni una data nella storia del Vicino Oriente. L'impero ittita sparì per sempre. Le vittorie di Ramses III salvarono per qualche tempo l'Egitto. Le tribù israelite si stabilirono all'interno della Palestina, mentre le coste caddero nelle mani degli ultimi invasori filistei e zakaray, le cui "città fortificate" divennero i centri della civiltà nella Palestina meridionale (A p. 403). Sergio Frau: .I Filistei: anche loro niente affatto chiari, in quanto a origini doc. Superstiti delle Isole li battezzano nella Bibbia – i Resti di Kaphtor – quando verso l'XI secolo iniziano a farsi case giù a Tzur (la Roccia, ovvero Tiro) che, poi, solo Alessandro riuscirà a vincere davvero, ma sette secoli dopo. Palestina è terra fatta col loro nome: Peleset (A p. 572). Sergio Frau: Son fabbri che la sanno lunga, i Filistei. Tengono la bocca cucita su come si fa il ferro, su come poi si tempera, su come lo si tratta. E chi ci sa arrivare a 1500 gradi lì in zona, in quegli anni. (A p. 572). Cristopher Dawson (L'Età degli Dei, Longanesi, Milano, 1950): Contemporaneamente un processo analogo si svolse nell'Asia minore occidentale e nelle isole vicine. La guerra di Troia fu probabilmente un episodio di quello stesso grande movimento dei Popoli del Mare che determinò l'invasione filistea della Siria e dell'Egitto. E anche la successiva colonizzazione ellenica dell'Eolia e della Ionia è un fenomeno parallelo allo stabilirsi dei Filistei in Palestina (A pp. 403-404). Giovanni Garbini ("Popoli del Mare", Tarsis e i Filistei, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, CNR, 1988): È verosimile supporre che questi Popoli del Mare, che non a caso s'insediano tutti in zone costiere, dopo una fase di assestamento nelle nuove sedi, riprendessero sia pure su scala ridotta, quei traffici e quei rapporti che erano stati interrotti dai gravi sommovimenti che segnarono gli ultimi decenni del XIII e l'inizio del XII secolo. Personalmente ho la sensazione che già all'inizio dell'XI secolo il Mediterraneo doveva di nuovo essere solcato da qualche nave che trasportava merci ripercorrendo rotte già note (A p. 382). Giovanni Garbini ("Popoli del Mare", Tarsis e i Filistei, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, CNR, 1988): I Filistei fanno la loro comparsa sulla scena della storia in un momento di estrema drammaticità: nel Mediterraneo orientale si stava chiudendo tragicamente, con immani distruzioni, l'Età del Bronzo, che cedeva il passo a quella, ancora più dura, del Ferro. Essi appaiono tra i protagonisti di una grande battaglia combattuta per terra e per mare, nella quale, secondo il racconto del vincitore (Ramses III), sarebbero stati annientati (A p. 385). Giovanni Garbini ("Popoli del Mare", Tarsis e i Filistei, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, CNR, 1988): La ripresa economica del Levante si delineò nel X secolo e divenne più rapida a partire dal IX, provocando una sempre maggiore richiesta di argento e di ferro. In questo quadro si colloca l'attività delle città filistee (A p. 382). Giovanni Garbini ("Popoli del Mare", Tarsis e i Filistei, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, CNR, 1988): Non ci dobbiamo meravigliare se troviamo i Filistei tra i più antichi Phòinikes presenti nell'Egeo (A p. 382). Sergio Frau: La testimonianza – Contro i Filistei (proprio quei Peleset che abbiamo visto sconfitti con gli Shardana, ritratti sulle pareti di Medinet Habu, definiti, altrove e spesso nella Bibbia "i Superstiti delle Isole") – è di Ezechiele (25): Dice il Signore Dio: "Poiché i Filistei si son vendicati con animo pieno di odio e si sono dati a sterminare, mossi da antico rancora, per questo così dice il signore Dio: Ecco, io stendo la mano sui Filistei, steminerò i Cretei e annienterò il resto degli abitanti sul mare. Farò su di loro terribili vendette, castighi furiosi, e sapranno che io sono il Signore, quando eseguirò su di loro la vendetta" (A p. 620). Giovanni Garbini ("Popoli del Mare", Tarsis e i Filistei, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, CNR, 1988): Solo i Filistei del X secolo a.C., ormai fenicizzati linguisticamente, potevano aver lasciato un nome fenicio in un luogo donde traevano quel ferro di cui secondo un passo biblico (Samuele 13, 19-21) detenevano il monopolio in Palestina (A p. 383). Sergio Frau: C'è l'enigma di Urartu, i metallari dell'Ararat, il vulcano sacro che oggi si visita facendo campo base a Sardar. Primo re di quei Sari: Sardur I. Poi Sardur II. Poi Sardur III. (A p. 572). Giovanni Garbini ("Popoli del Mare", Tarsis e i Filistei, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, CNR, 1988): Tartesso, che già nel III millennio forniva l'argento delle tombe reali di Ur e Carali, città degli Sherden, ha nomi di chiara affinità anatolica (A p. 384). Sergio Frau: .avrebbe persino più ragione il Dio della Bibbia quando fa scrivere (a Isaia 13) di una Tzur che sarebbe "figlia di Tarshish". Figlia, cioè, di quella stessa Tartesso/Tarshish dell'argento che, "normalmente", viene presentata come una sua colonia, una sua filiazione. (A p. 619). Sergio Frau: .è sempre Dio, infatti, che ci fa sapere (e sempre tramite Isaia, l'Isaia 25) non solo che quella Tzur è anche "figlia di Sidone" (considerata – "normalmente" – l'altra città marinara fenicia, sempre sulla costa libanese.), ma anche e, per di più, che il suo principe – il principe di Tzur – risiedeva "in Eden, giardino di Dio"! E il tutto, firmato Ezechiele. (A p. 619). Ezechiele 27: Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Orsù, figlio dell'uomo, intona un lamento su Tzur. Dì a Tzur, alla città che sta all'imboccatura del mare, mercato dei popoli verso isole numerose (A p. 621). Giovanni Garbini ("Popoli del Mare", Tarsis e i Filistei, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, CNR, 1988): Uno dei gruppi che formava la tribù di Zabulon aveva per eponimo un certo Sared (secondo la forma tramandata dal greco; il testo ebraico reca Sered, ma questa vocalizzazione è meno affidabile), un nome che, come avviene spesso nell'Antico Testamento, è secondario rispetto all'etnico, che in questo caso è sardi, cioè "sardo" (Genesi 46, 14 e Numeri 26, 26) (A p. 590). Sergio Frau: Ma dov'era questa casa di Teti? Dov'erano i limiti della terra di Omero? E perché mai, poi, Teti, ha sempre quei "piedi d'argento"? E perché mai la Sardegna non lo urla forte che lei il santuario nuragico che ha restituito più bronzetti di tutti ce l'ha ad Abini nel Centro Nord? E che quel posto proprio Teti si chiamava? E che sul 40° parallelo è piazzato? E che il 40° parallelo è quello stesso che infilza prima l'Olimpo e poi l'Ararat? (A p. 582). Mauro Cristofani (Dizionario illustrato della Civiltà Etrusca, Firenze, 1999): L'esistenza di Tirreni in età storica, in regione diversa dall'Etruria, è attestata indirettamente da Erodoto, ma soprattutto da Tucidide, il quale definisce come Tirreni la popolazione che ai suoi tempi abitava nella penisola orientale della Calcidica: egli aggiunge che essi erano di origine pelasgica e che avevano abitato precedentemente Atene e Lemno (A p. 386). Strabone (V.2.7): Si dice che Iolao, conducendo alcuni dei figli di Eracle, sia giunto in Sardegna, e che essi abitarono insieme ai Barbari che allora occupavano l'isola: costoro erano dei Tirreni, ma poi il dominio passò ai Fenici. (A p. 386). Mauro Cristofani (Dizionario illustrato della Civiltà Etrusca, Firenze, 1999): Dionigi di Alicarnasso riferisce che l'etnico (di Tirreni) sarebbe derivato da Tyrsis, "torre", etimologia accreditata nell'antichità in rapporto a genti che abitavano in luoghi arroccati e dedite ad attività corsare. Dalla stessa radice Turs deriva il nome degli Etruschi nelle lingue indoeuropee d'Italia (A p. 386). Mauro Cristofani (Dizionario illustrato della Civiltà Etrusca, Firenze, 1999): I Greci identificavano come Tyrsenoì/Tyrsanoì (poi, anche come Tyrrhanoi/Thyrrenoi, a partire dal V secolo) la popolazione dell'Etruria. Dai Tirreni deriva anche il mare Tyrsenikòs, nome attestato la prima volta in Tucidide (V secolo a.C.), che si è poi fissato nella toponomastica moderna (A p. 387). Dionigi di Alicarnasso (Storia romana): Tucidide (IV.109) fa un esplicito riferimento ai Tirreni o Pelasgi, parlando di Acte in Tracia e degli abitanti di queste città che sono bilingui; riguardo al popolo dei Pelasgi dice testualmente "In questa popolazione vi è una componente calcidese, ma la maggior parte è costituita dai Pelasgi, discendenti di quei Tirreni che abitarono un tempo Lemnos e Atene" (A p. 400). Sergio Frau: Le cose quadrano con quel che ci testimonia Cristofani: dei Tirreni, ovvero dei Tyrsenoi, ovvero dei Costruttori di Torri, ma emigrati dall'Italia in età arcaica, andati ad Atene e Lemnos, l'isola di Efesto, il Fabbro. Proprio lì dov'è saltata fuori la stele scritta in etrusco. E altri Tyrsenoi in Tracia (A p. 400). Sergio Frau: C'è l'enigma dei Traci, apparsi a sorpresa a fonder, dopo tanto bronzo, ferro – e tirar su roba ciclopica – intorno al 1050, sul Mar Nero. Con Sòfia che si chiamava Sàrdica ancora al tempo dei primi Concili ecumenici (A p. 572). Sergio Frau: Cos'è l'apocalisse? O una dinastia di Pesci d'Aprile? Arriveranno a Sardi di Lidia. Riprenderanno il mare. Erodoto e venti altri autori giurano che da lì ci vengono – ci tornano? – gli Etruschi/Tyrsenoi, quelli di lì. Dionigi dice è gente nostra, che sa per certo che da qui è partita. Strabone i suoi Tirreni ce li mette in Sardegna, prima ancora dei Fenici (A p. 572). Sergio Frau: Se non è proprio un enigma, certo è, almeno, un mistero niente male anche l'origine di quei "Celti" delle Isole del Nord. Metallari anche loro. Anche loro fissati con megalitismi megalomani con cui riempire tutto. Nostalgici anche loro di un loro paradiso perduto che, stavolta, però – colpo di scena! – è a Sud! (A p. 575). Irad Malkin: Si trovano riferimenti sugli Eraclidi ad Atene in Ellanico, Erodoto, Tucidide e altri. Gli Eraclidi appaiono sempre in Tucidide come i capi dei Dori: "I Dori ugualmente, 80 anni dopo la guerra (di Troia), occuparono il Peloponneso negli stessi tempi degli Eraclidi". Questo che è considerato da un gruppo come un ritorno è visto da un altro come un'invasione (A p. 609). Sergio Frau: Il ritorno degli Eraclidi in Grecia è datato, dal Marmo Pario, al 1100 a.C. Base di partenza di quella riconquista: la Tracia (A p. 472). Sergio Frau: Tracia: da dove, poi, gli Eraclidi calano in Grecia, a far da principi a quei Dori, loro truppe. Quei Dori lì, proprio quelli dell'Invasione Dorica. (A p. 552). Sergio Frau: Cicladi: dove nel 2000 – a Syros, proprio a Syros. – trovi quelle Veneri geometriche identiche a quelle sarde. (A p. 552). Sergio Frau: Palestina: dove trovi i Peleset/Filistei, Popolo del Mare sì, ma anche "Superstiti delle Isole". E quelle pietre di Gerusalemme così simili a quelle di Mamojada, di Corsica, di Bretagna, ma anche di Tiro. (A p. 552). Sergio Frau: E pian, piano – ora con l'archeologia e le sue datazioni – poi li vedi che riprendono un po' di coraggio – questo bisognerebbe indagarlo bene – e rimettono le barche in mare. Ma sono passati già tre secoli: e ora son Fenici che si prendono la rotta sud; sono i Tyrsenoi di Sardi, che sono arrivati lì anche da Urartu seguendo una delle solite piste del sole, sul 39° parallelo, e vanno ovunque facendo affari, fusioni e danni dappertutto. Chiaro che, poi, a un certo punto intorno al IX, all'VIII, tornino anche qui in Italia dove però non li vogliono. Sono anche gli Eraclidi che rientrano, scendono dalla Tracia e chiedono mica solo giustizia ma anche – e soprattutto – quelle postazioni fortificate che, prima del disastro, erano roba loro (A p. 612). Sergio Frau: Anche qui, dunque. Proprio come a Nora, dunque. E come a Sulkis. Come a Bithia. Come al nuraghe Antigori di Sarroch: dappertutto insediamenti fenici su vecchie strutture nuragiche a mare abbandonate nel XII e rioccupate tre secoli dopo! (A p. 491). M'hamed Hassine Fantar (Fenici e Cartaginesi): I Fenici in quanto tali hanno un'esistenza vera e propria soltanto dopo l'invasione dei Popoli del Mare. Secondo una cronologia assoluta, la loro genesi deve essere situata verso il 1200, vale a dire agli albori dell'Età del Ferro. A quest'epoca il mondo egeo, dal canto suo, viveva la tempesta dell'invasione dorica. Il Mediterraneo si ritrovò d'improvviso deserto (A p. 559). Sergio Frau: A Nora, a Bithia, a Sulkis, a Tharros, l'archeologia ha già ben documentato che i Fenici, dal IX secolo in poi, s'insediarono su strutture portuali nuragiche abbandonate – inspiegabilmente – nel XIII secolo (A p. 464). Sergio Frau: A Nora, a Tharros, a Sulcis sotto le strutture portuali fenicio-puniche sono saltati fuori – stanno saltando fuori dagli scavi recenti – antichi colossali impianti nuragici, abbandonati tutti intorno al 1200 a.C. Non si sa perché. Li riutilizzarono – tre secoli dopo – i giramondo di Tzur (la Tiro dei Greci) e i "Tirii di Cartagine" – dicono – della Città nuova. (A p. 519). Dictionnaire de la civilisation phénicienne et punique: Voce Tiro: In fenicio Sr, ebraico Sor, akkadico Surru, Suru (con quella "S" da leggere Tz); egizio Dr; greco Turos.; latino Tyros/Tyrus o Sarra; arabo Sur (A p. 618). Sergio Frau: .ripristino dell'antico toponimo Insula Atlantis all'iperborea Sardegna, vera Tartesso, Tiro d'Occidente, Madre di Europa e del Tramonto (B p. 48). Giustino (XVIII.3): E giacché si è arrivati a parlare dei Cartaginesi occorre anche accennare brevemente alla loro origine, rifacendosi un po' più indietro alle vicende dei Tirii, le cui vicessitudini furono pure dolorose. La popolazione dei Tirii ebbe origine dai Fenici i quali, danneggiati da un terremoto, abbandonarono la terra patria e abitarono dapprima presso una palude della Syria, poi sulla costa più vicina al mare e vi fondarono una città, che dall'abbondanza di pesce chiamarono Sidone: infatti i Fenici chiamano "sidone" il pesce. Poi, dopo molti anni, vinti dal re degli Ascaloniti, s'imbarcarono e approdarono nel luogo dove fondarono la città di Tiro, un anno prima della caduta di Troia (quindi – almeno secondo le cronografie alessandrine di Eratostene nel 1186 o 1187 a.C.) (A p. 635). Max Leopold Wagner: Tharros che certamente fu una delle principali città puniche, come ce lo attestano le gigantesche opere portuarie e le vaste necropoli nonché i preziosi oggetti ivi rinvenuti, era secondo il sassarese Giovanni Francesco Fara, De Chorographia Sardiniae libri duo (sec. XVI), "Thyrae in S. Ephysi historia et aliis antiquissimis monumentis dicta" ed è molto probabile che i Fenici l'avessero chiamata così in ricordo della loro città madre; anche la posizione della città situata "come un castello marittimo su uno scoglio di mare separato dalla terraferma da un braccio di mare largo ¾ Km", ricorda la posizione simile di Tiro. Ora, Tiro si chiamava in ebraico zar cioè "roccia, scoglio" da cui proviene Sarra del latino antico; sarranus era l'aggettivo per "tirio" (Plauto, Truc. II.6.58: "Purpuram ex Sarra tibi attuli"), e già il Kiepert suppose che questa forma del latino antico derivasse dal nome fenicio della città. Ora il sardo Tharros, è evidentemente una grafia grecizzante o latinizzante, e il costante th – corrisponde bene alle abitudini fonetiche del sardo, in cui "z" o "ç" di origine qualunque, viene reso con la theta greca th (A p. 599). Sergio Frau: La fondazione delle prime colonie "fenicie" d'Occidente – Utica, Cadice – secondo le fonti già nel XII (a.C.), e già sacre al Milqart di Tzur/Tharros (A p. 631). Sergio Frau: .avrebbe ragione Antonia Ciasca – e l'archeologia – che, setacciando l'Occidente fenicio, non trovava quasi mai roba della Tiro d'Oriente. (A p. 618). Lorenzo Braccesi (Università di Padova): Se la datazione è esatta, resta provato quanto abbiamo detto: cioè che originariamente le Colonne di Eracle erano Colonne di Melqart collocate dai Fenici sul Canale di Sicilia (A p. 648). Giovanni Lilliu (La cortina di Ferro degli Antichi, La Nuova Sardegna, 2 novembre 2002):.io sono d'accordo, dalla parte archeologica, col giornalista Sergio Frau, nel collocare le colonne tra Capo Bon e Lilibeo, o, se posso dirlo, tra la collina di Byrsa a Cartagine e l'isola di Mozia in Sicilia, avamposti strategici del mondo punico alla frontiera col mondo dei Greci. Fu la battaglia del mare Sardonio, nella quale fu coinvolta anche la Sardegna avviata a un nuovo duro destino con la perdita della libertà, a segnare la "Cortina di Ferro", a piantare le "ravvicinate" Colonne di Ercole. Intorno al 540 a.C., nelle acque di Alalia-Corsica o di Albia si scontrarono le tre potenze allora padrone dell'occidente: Greci (Alalioti e Massalioti) da una parte e dall'altra Etruschi (in maggioranza Ceretani) e Cartaginesi. A questi ultimi toccò la vittoria. Quelli dei Greci fatti prigionieri dagli Etruschi, portati a Cere, vi furono lapidati in un rituale a vantaggio dei Mani di qualche eminente ghenos. Altri, scampati dalla morte o dalla prigionia, caricarono sulle loro navi restanti donne, bambini e beni, lasciando la Corsica e portandosi, profughi, sulla costa del Cilento dove fondarono la città di Velia. La talassocrazia greca focea dovette cedere a quella degli Etruschi che ebbero mano libera nel Tirreno sino a Lipari e alle coste della Sicilia. I cartaginesi fondarono un impero nei mari dell'occidente, calando la saracinesca contro chiunque volesse violarli. La battaglia del mare Sardonio diventò l'evento drammatico per eccellenza nel mondo antico, che subì un totale cambiamento (B p. 80). Salvatore Arca (Scuola superiore di Scienze Geografiche): Al libro va riconosciuto il merito di raccogliere un numero considerevole di citazioni, carte e immagini, volte a dimostrare che fu il grande cartografo Eratostene di Cirene (275-192 a.C.) l'artefice di una innovativa sistemazione dello scibile geografico del suo tempo: il mondo allora conosciuto aveva il suo confine estremo ad occidente nello Stretto di Gibilterra. Da qui iniziava l'ignoto e qui Eratostene pose le Colonne d'Ercole. Queste, intese quale limite occidentale fra il mondo noto e quello non ancora esplorato, avevano avuto la loro sede sul Canale di Sicilia fino al 200 a.C. circa; prima infatti, fino alla conclusione della I guerra punica (242 a.C.), attraversare verso occidente questo Canale era stato per le navi greche impresa non solo ardua, ma anche estremamente rischiosa: al di là del Canale le navi greche, fino a qualche decennio prima, si avventuravano con grandi difficoltà e tanti rischi (B p. 49). Salvatore Arca (Scuola superiore di Scienze Geografiche): Era infatti lungo la linea individuata da Capo Bon, Pantelleria, Malta e Sicilia occidentale (Mozia), che la potenza cartaginese aveva eretto una solida barriera, per precludere alla marineria greca le rotte del Mediterraneo occidentale: era come se lungo quel tratto di mare Cartagine avesse posto ideali boe di segnalazione con la perentoria scritta "non plus ultra" (B p. 49). Salvatore Arca (Scuola superiore di Scienze Geografiche): Le Colonne d'Ercole migrarono quindi verso lo Stretto di Gibilterra, allorché Eratostene raccolse lo scibile geografico del tempo nella sua celebre opera Geographicà: in questa, attingendo alla inesauribile fonte di informazioni che era la biblioteca di Alessandria, della quale fu bibliotecario sotto Tolomeo Evergete, concepì una nuova visione globale dell'ecumene (B p. 49). Salvatore Arca (Scuola superiore di Scienze Geografiche): Comunque lo spostamento ad occidente delle Colonne d'Ercole, delle quali parla per la prima volta Pindaro nel 476 a.C., generò non poca confusione nella lettura delle opere di Omero, Esiodo, Erodoto, Aristotele, Platone e via dicendo, che avevano considerato le Colonne collocate nel Canale di Sicilia, secondo le conoscenze geografiche proprie dei loro tempi (B p. 50). Lorenzo Braccesi (Università di Padova): Ma ha torto Sergio Frau nel volerla cronologicamente dilatare nel I millennio, e fino all'età di Eratostene. Si tratta, invece, di un'originaria localizzazione di II millennio, la cui eco giunge fino a Platone. Il quale non pensa alla Sardegna perché, per lui, essa è ormai "al di qua" e non "al di là" delle Colonne di Eracle/Melqart. Non escluderei che le Colonne di Melqart, dai Fenici poste alle origini sul Canale di Sicilia, siano state trasportate a Gibilterra dai naviganti eubei fra i secoli IX e VIII col nome di Colonne di Briareo, ritornando poi a essere, nel medesimo sito, Colonne di Eracle/Melqart per influsso congiunto elleno/foceo-fenicio (B pp. 22-23). Sabatino Moscati (I Cartaginesi, 1982): Le recenti prospezioni hanno rivelato una serie di fortezze interne, quasi un altro limes fenicio, anch'esso (come quello algerino) in funzione del rapporto con le genti locali. Lungo una linea che taglia la Sardegna da Nord-Ovest a Sud-Est, precisamente da San Simeone di Bonorva a Ballao, le fortezze si levano su altrettante colline, che controllavano il guado dei fiumi e l'accesso ai monti. Il controllo approfondito sul territorio sardo è una delle maggiori conquiste delle recenti conoscenze; e mostra, se si aggiunge Olbia, che tutta la Sardegna fu una grande piazzaforte cartaginese nel Mediterraneo, certo in funzione dei traffici ma anche, e non meno, come base strategica di eccezionale importanza, al centro dell'area che l'impero intendeva utilizzare per la propria sicurezza e il proprio dominio (A p. 511). Sergio Frau: Di fatto, però – tenendo presente le alture – Moscati ci sta anche dicendo che i Cartaginesi arrivano solo dove vengono lasciati arrivare, là dove la Sardegna si è spezzata in due. Occupano la parte già colpita e – stando ai dati archeologici di Tharros, Nora, Sulkis – già abbandonata nel XIII-XII secolo dai Nuragici. Come se, davvero, lo Pseudo Scilace, antico com'è, con quella sua righetta – "L'isola (di Sardegna), al centro, è un ambiente desertico" – volesse già dirci tutto (A p. 511). Emerenziana Usai (Materiali dell'Età del Ferro, in La Sardegna nel Mediterraneo tra II e I millennio. Atti del Convegno di Selargius, 1986): Gèsturi. Su 37 centri nuragici, si è riscontrato il proseguire dell'insediamento nella prima Età del Ferro in 12 località. Interessante anche rilevare le "innovazioni" urbanistiche dei villaggi che talora sorgono a prescindere dalle fortezze nuragiche dell'Età del Bronzo, come ad esempio il villaggio di Villanovaforru con le abitazioni del Primo Ferro che cavalcano l'antemurale distrutto. Tra la fine del IX e l'VIII secolo, al di là della frequentazione degli antichi santuari incentrati nei templi a pozzo, si riscontra il riutilizzo delle torri nuragiche come sedi di un culto o meglio come favisse di sacelli (ovvero depositi per ex voto, seppelliti con riverenza) (A pp. 542-543). Sergio Frau: Le date però parlano: ci sono un paio di secoli almeno, forse tre di buco tra i Nuragici della Costa e i Fenici sulla stessa costa (A p. 543). Sergio Frau: Così, né di tutti quei nuraghes sui litorali del Sinis, scapitozzati a livello terra nella parte verso il mare e con tre, quattro file di pietroni soltanto del loro cerchio ancora su nel lato più protetto, verso l'interno, né di quei massi sparpagliati tutt'intorno ai nuraghes, non feci cenno. Né del fatto che solo quelli protetti invece dall'Isola di Malu Bentu – sempre lì, e solo quelli, però – sono ancora integri, come se fosse bastata quell'isoletta a rompere la violenza di una terribile onda. Figurarsi, che non mi uscì neppure una parola sul Nuraghe Figus, una distesa di massi davvero ciclopici, sparpagliati a perdita d'occhio per quattro, cinque chilometri quadrati (A p. 545). Dimitrina Mitova-Dzonova (in La Sardegna nel Mediterraneo tra II e I millennio. Atti del Convegno di Selargius, 1986): Una delle espressioni più vive delle culture mediterranee in epoca preistorica è l'architettura megalitica. Essa è prevalentemente sacra e sepolcrale. Essa si sviluppa soprattutto nel II e I millennio a.C. ed è concentrata in determinate zone fra cui la Sardegna, la Tracia antica e la Grecia del tratto orientale della Penisola Balcanica. Nel suo insieme questa cultura megalitica è caratterizzata da tombe rupestri e nicchie, piettre fitte e menhirs, dolmen e santuari, tombe a fossa e a cupola, tumuli a pianta circolare. In Sardegna a tale cultura appartengono anche i nuraghi, i pozzi sacri sotterranei e le costruzioni a pianta circolare. Questo tipo architettonico è il più diffuso nell'isola (A p. 546). Dimitrina Mitova-Dzonova (in La Sardegna nel Mediterraneo tra II e I millennio. Atti del Convegno di Selargius, 1986): Il tempio a pozzo di tipo protosardo è attestato in Tracia nei pressi del villaggio di Garlo, circa 50 chilometri a Ovest di Sofia (l'antica Sardica. In Bulgaria) nell'area del fiume Struma a ridosso del Mar Egeo. Si trova delle perfette analogie nel pozzo protosardo di Ballao (sardegna) riferibile al X secolo a.C. e nel cosiddetto asklepieion del Chersoneso del V-IV secolo, che rivelano somiglianze sorprendenti: anche nelle dimensioni non ci sono differenze che di qualche centimetro. Anche il pozzo di Burana, nelle Cicladi, è ugualmente del tipo protosardo (A pp. 546, 548). Dimitrina Mitova-Dzonova, archeologa bulgara (in La Sardegna nel Mediterraneo tra II e I millennio. Atti del Convegno di Selargius, 1986): Nei resti di Garlo sono riconoscibili delle corna e il corno è l'attributo fondamentale della plastica antropomorfa protosarda. Questo attributo è simbolo degli abitanti dell'isola per assimilazione con gli Shardana dei Popoli del Mare, raffigurati a Medinet Habu e l'unico elmo di questo tipo . che possiamo chiamare protosardo o "sherdaniano" – è stato trovato in Bulgaria circa 200 chilometri a Est di Garlo, lì vicino a Sardica, in una tomba tracia del VI-V secolo (A p. 548). Dimitrina Mitova-Dzonova (in La Sardegna nel Mediterraneo tra II e I millennio. Atti del Convegno di Selargius, 1986): La plastica protosarda in generale è un'illustrazione del testo biblico. Essa comprende il periodo dal diluvio al ritorno dalla cattività babilonese ed è introdotto dalla barca di Vetulonia, interpretata da molti studiosi come l'arca di Noè. Si giunge così a raggruppare 170 bronzetti e alla scoperta, con loro, di 82 soggetti iconografici sacri. Si giunge, dunque, alla conclusione che in Sardegna nel X-VIII secolo a.C. si ha una sacra bibbia plastica, che precede di circa un millennio la prima trascrizione delle leggende giudaiche. Ritrovati in pozzi sacri, essi evidenziano uno stretto rapporto con il giudaismo, permettono di considerare i pozzi sacri protosardi in rapporto con i pozzi sacri giudaici così frequentemente costruiti sin dal periodo più antico, dal tempo dei patriarchi e di Mosè, e così ampiamente conosciuti dal punto di vista architettonico nella stessa Palestina (A p. 552). Maria Giulia Amadasi Guzzo (epigrafista, Università di Roma "La Sapienza"): .i Greci adottarono l'alfabeto fenicio, facendone cosa loro. Troppo spesso si rischia di dimenticare che i primi Greci che scrivevano – quelli dell'VIII secolo – lo facevano da destra a sinistra: anche loro, proprio come i Fenici. E che insieme ai segni, arrivano sempre anche i contenuti (A p. 647). Kostas Soueref (Soprintendenza di Salonicco): La colonizzazione della Sardegna fu probabilmente uno degli obiettivi più importanti per i Greci fra l'VIII e il VI secolo a.C. Tradizioni come quelle di Iolao avrebbero fornito credito a un nesso con un passato indefinito che coinvolge il Peloponneso – culla dei Micenei – e Creta – culla dei Minoici – attraverso, rispettivamente, Eracle e Dedalo. Una colonizzazione, dunque, con precedenti antefatti nell'età della talassocrazia minoica e micenea (B p. 13). Lorenzo Braccesi (Università di Padova): Basterebbe a sollecitarne l'interesse, nel secolo VI, l'iscrizione con il contratto fra i Sibariti e i Serdiaoi, che coinvolge la dirimpettaia città di Poseidonia/Paestum, non ché – nel secolo V a.C. – la diffusione di tradizioni e leggende (fra cui quella troiana) di matrice ateniese. La medesima matrice che informa saghe "attiche" che sono prepotentemente attestate anche nelle limitrofe Baleari. Non dobbiamo mai dimenticare che la Sardegna, per Erodoto, è ‘terra promessa' agli occhi dei Greci della Ionia. Non dobbiamo dimenticare che fra gli obiettivi primari del delirante imperialismo occidentale di Atene, nell'età di Pericle, figurano anche l'Etruria e Cartagine (B p. 22). Claudio Giardino (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli): Quando l'area italiana entrò pienamente nell'età storica, intorno alla metà del VIII secolo a:C., proprio il Canale di Sicilia costituì lo spartiacque fra due aree separate e distinte, il mondo della colonizzazione greca da un lato e quello della colonizzazione fenicia dall'altro. Un solco destinato ad approfondirsi in seguito quando ai Fenici subentrarono i Cartaginesi, con frequenti lotte e scontri, non unicamente commerciali, per il dominio sulla Sicilia, chiave di volta per il controllo dello stretto e dei traffici di materie prime che vi transitavano (B p. 53). Sergio Frau: Battendosi in mare – e pur riuscendo a vincere quel giorno l'alleanza etrusco-cartaginese nel 540 a.C. che le si contrapponeva, ad Alalia appunto – di fatto la flotta focea subì, però, tali e tante perdite che da allora dovette abbandonare a Cartagine – e per secoli – il monopolio delle rotte sud-ovest del Mediterraneo occidentale (A p. 257). John M. Cook (I Greci dell'Asia minore): Da allora i confini del mondo greco non oltrepassarono la Sicilia e la costa orientale della Spagna (A p. 257). Aurelio Peretti (Geografia e geografi nel mondo antico a cura di Francesco Prontera, Laterza): L'ascesa di Cartagine a grande potenza del Mediterraneo, documentata nel primo trattato con i Romani e i loro alleati nel 509 a.C., raggiunse l'apogeo con la conquista punica di Gadira (A p. 248). Sabatino Moscati (Quaderno N. 238, Accademia Nazionale dei Lincei, 1978): Cartagine, sembra evidente, volle calare come una Cortina di Ferro a metà del Mediterraneo, per sbarrare ai Greci la via dell'Occidente: di tale Cortina di Ferro possiamo ormai seguire la dislocazione dal Capo Bon, su per Pantelleria e Malta fino alla Sicilia occidentale e al territorio sardo: queste sono le premesse dello scontro con Roma (A p. 251). Sabatino Moscati (Quaderno N. 238, Accademia Nazionale dei Lincei, 1978): Quale sia stato il contributo di Cartagine all'antica storia mediterranea mi pare che risulti dalle nuove ricerche in piena evidenza. Una serie di centri, empori del traffico ma anche basi di notevole importanza politica e militare, sorse sia lungo la rotta nord-africana sia lungo la biforcazione settentrionale della rotta stessa, che da Cartagine risaliva per la Sicilia e la Sardegna deviando poi verso le Baleari e la Spagna. Forte di quei punti di appoggio, Cartagine esercitò un controllo finora insospettato nella zona centrale del Mediterraneo, fortificando il Capo Bon, insediandosi a Pantelleria e a Malta, dominando il driangolo occidentale della Sicilia e sostanzialmente tutta la Sardegna. Al di là di questa zona, la sovranità politica di Cartagine sulle coste mediterranee fu piena fino allo scontro con Roma (A p. 252). Mario Attilio Levi: Nella parte occidentale dell'isola di Sicilia, e soprattutto a Lilibeo e sul monte Erice, vi erano posizioni imprendibili, contro le quali i Greci non riuscirono mai a compiere azioni che potessero mettere in pericolo il dominio cartaginese. Le posizioni insulari cartaginesi di Malta, Gozo e Lampedusa rafforzavano il predominio del Mediterraneo centrale e il controllo sul Canale di Sicilia (A p. 255). Enrico Acquaro (Cartagine, un impero sul Mediterraneo): Favignana e le altre due isole appartenenti all'arcipelago delle Egadi, Levanzo e Marettimo, dovettero far parte integrante del sistema di controllo disposto dai Cartaginesi nel Mediterraneo centrale (A p. 255). Polibio: Il trattato Roma-Cartagine: A queste condizioni si stipula un trattato di amicizia fra i Romani, gli alleati dei Romani, i Cartaginesi, i Tyrii, il popoli di Utica (ovvero Othoca, ma quale? Ce n'era una in Sardegna e una sulla costa tunisina) e i loro alleati. (A p. 600). Né i Romani né gli alleati dei Romani navighino oltre il promontorio detto Bello, a meno che non vi siano costretti da una tempesta o dall'inseguimento di nemici. Chi vi sia costretto a forza, non faccia acquisti sul mercato, né prenda in alcun modo più di quanto gli sia indispensabile per rifornire la nave o celebrare i sacrifici, e si allontani entro cinque giorni. Qualora un Romano venga nella parte della Sicilia in possesso dei Cartaginesi, goda di parità di diritti con gli altri (A p. 258). Salvatore Arca (Scuola superiore di Scienze Geografiche): Nel Mediterraneo lo scenario geopolitico mutò radicalmente quando Roma, uscita vittoriosa dalla prima guerra punica, piegò la potenza cartaginese e conseguentemente abbatté le barriere, che fino ad allora avevano riservato ai punici il controllo del bacino occidentale di quello che sarebbe diventato il "Mare Nostrum" romano (B p. 49).

Source: http://www.archivium.info/Centro%20studi%20e%20ricerche/recensione_Colonne_d'Ercole[1].pdf

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Koffer 1. Carle, Eric: Die kleine Raupe Nimmersatt, Gerstenberg, Bilderbuch, 2014.25 Exemplare Auch kleine Raupen können großen Hunger haben. Deshalb macht sich die Raupe Nimmersatt auf die Suche nach etwas zu essen - und wird fündig. Sie frisst sich von Montag bis Sonntag Seite für Seite durch einen Berg von Leckereien, bis sie endlich satt ist. Nun ist die Zeit gekommen, sich einen Kokon zu bauen, und nach zwei Wochen des Wartens schlüpft aus ihm ein wunderschöner Schmetterling. Die Kleinsten spielen mit der Kleinen Raupe Nimmersatt und sind fasziniert von den gestanzten Raupenfresslöchern. Etwas größere Kinder entdecken mit ihr die Wochentage, Früchte, Zahlen und die Metamorphose in der Natur.

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A Pan-Canadian Practice Guideline: Screening, Assessment and Care of Psychosocial Distress (Depression, Anxiety) in Adults with Cancer August 2010 Production of this guideline has been made possible through a financial contribution from Health Canada, through the Canadian Partnership Against Cancer. This guideline was developed through a collaborative partnership between the Canadian Partnership Against Cancer and the Canadian Association of Psychosocial Oncology (CAPO). CAPO is the steward of this guideline.